Gli orti lombardi
Published March 19th, 2009 in Lombardia, Malpensa, Nord, Questione Settentrionale, Infrastrutture e Trasporti, Senza Categoria.
(da Affari Italiani 18-03-2009)
“Il confronto con Alitalia non è ancora chiuso” dice Formigoni, parlando del serrato confronto con i vertici Cai di queste settimane, e chiude dicendosi “ottimista” sul fatto che la compagnia guidata da Colaninno possa tornare a puntare su Malpensa. I termini sono più o meno noti: 14 rotte intercontinentali (3 in meno di quante Alitalia ne avesse fino a marzo 2008), limitazione di Linate, seppur non nei termini che Sabelli aveva specificato, cioè la sola navetta Milano-Roma gestita in monopolio.
L’impressione che deriva dalle mosse della Regione Lombardia in merito all’intera vicenda Cai è sgradevole. Un retrogusto amaro, soprattutto per chi ha spesso salutato con grande apprezzamento la concretezza e la serietà della Regione in tema di mobilità. La Regione non ha alcun potere diretto su Malpensa, né in tema di trasporto aereo, soprattutto dopo la bocciatura da parte della Consulta della Legge Regionale in materia di slot. Tuttavia il Pirellone ha un’evidente potere di coordinamento e di indirizzo degli orientamenti di politica di trasporto aereo e ha sempre espresso – nella persona dell’assessore Cattaneo – un consigliere d’amministrazione in Sea – Aeroporti Milano, pur senza detenere alcuna quota azionaria.
Fin dalle prime battute della lunga vicenda di Alitalia, sotto il Governo Prodi, la Regione ha giocato una strana partita, a tratti poco comprensibile, supportando sempre i candidati nazionali alla mano di Alitalia. Appoggio ad AirOne, in stretto sodalizio con Intesa Sanpaolo di Passera, appoggio alla nascita di Cai e appelli continui affinché essa si riposizioni su Malpensa. Contrarietà ad Air France – KLM, ma anche molta freddezza rispetto a Lufthansa. È proprio questa pervicace attitudine al tricolore a ogni costo, anche in assenza delle più elementari condizioni di fattibilità, a destare sconcerto e delusione.
Sulla carta e nell’astrattezza del mondo ideale, Alitalia a Malpensa sarebbe lo scenario ottimale: 14 connessioni intercontinentali per Milano e la Lombardia in qualche anno (non molte, ma nell’immediato più di qualsiasi altra soluzione) e un vettore italiano come riferimento. Alitalia, di contro, avrebbe il presidio del mercato più ricco del Paese, coefficienti di riempimento più alti, margini migliori. Tutti contenti, dunque. Solo sulla carta però.
Nella realtà non è mai stato così né mai lo sarà. Alitalia è una società con il centro di gravità da sempre e per sempre legato a Roma e al Lazio, non si può spostare. Continuare a non capirlo è sciocco. E dato che di sciocchi in Regione non ce ne sono, ci si domanda perché Formigoni e Cattaneo continuino a insistere su questo punto. Perché continuare a trattare con Alitalia per farla tornare qui, obbligarla a trasportare piloti e masserizie, personale e hostess dal litorale tirrenico al centro della brughiera? Perché continuare a insistere in una disputa da cortiletto con l’altro grande moribondo, Fiumicino, in una strapaesana che comunque Milano e la Lombardia hanno già perso tre volte e non potranno mai vincere? Perché insistere a volere una compagnia che, lo sanno tutti, tra qualche tempo finirà comunque nelle mani di quell’Air France-KLM che la Regione ha osteggiato in ogni modo proprio perché avrebbe penalizzato l’Italia e, ancor più, Malpensa?
Ma soprattutto, perché continuare così quando esiste un’alternativa, solida e promettente, cioè Lufthansa che con grande impegno è stata portata a Milano da Sea? I tedeschi ci sono con un investimento serio e di lungo periodo. La serietà è già abbondantemente dimostrata dalle mosse compiute in pochi mesi. E la consistenza dell’investimento è tanto più rilevante in quanto compiuto nel periodo peggiore che il trasporto aereo mondiale abbia mai conosciuto.
Nulla da dire, al 30° piano del Pirelli in merito? Se in un periodo di vacche magrissime Lufthansa costituisce una società di diritto italiano, assume personale italiano, posiziona 8 aerei in 2 mesi su Malpensa, apre collegamenti diretti da Milano senza passare dalla Germania, entra in competizione con rotte domestiche verso il centro e sud Italia, prende l’hangar che fu di Alitalia a Malpensa per la manutenzione e dichiara di pensare già a rotte intercontinentali, cosa farà appena si scorgeranno i primi segni di ripresa?
E allora sembra riproporsi con forza qui il tema dei limiti culturali e di visone di questa amministrazione regionale e della classe dirigente, davvero compatta sotto il profilo culturale, che la governa da 14 anni. Limiti che, in un settore per forza di cose internazionale e globale come quello del trasporto aereo, risultano ancora più evidenti. Formigoni e i suoi, cercano ossessivamente un qualsiasi imprenditore italiano, cheitino o mantovano fa poca differenza, perché preferiscono intimamente la rassicurante normalità dell’italiano come lingua di trattativa, la consapevolezza che la controparte capisca come “funzionano le cose”, la certezza di avere sempre qualche altro canale, più o meno efficace, per influenzare l’altro lato del tavolo. Il bel cortile della parrocchia, e quel che sta fuori non interessa più di tanto. Tutte cose non necessariamente cattive, né per forza da disprezzare.
Ma da abbandonare certamente quando coltivare il proprio orticello significa distruggere l’intero campo, soprattutto se la scelta ostinata a chiudercisi dentro è compiuta nella piena consapevolezza della presenza di alternative migliori, disponendo di ogni strumento e di tutte le competenze (fatto non così diffuso nella politica e nell’amministrazione italiana) per comprendere validità e prospettive di altre opzioni.
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Purtroppo la Regione Lombardia è guidata da 15 anni da una maggioranza (progressivamente allargatasi alla Lega, ma il discorso in verità non cambia molto) che a parole è “lombardista” ma nei fatti è eterodiretta da Roma, o meglio dalle direzioni nazionali dei rispettivi partiti che, anche se stanno a Milano, sono ormai mentalmente romane.
Sia chiaro, se avesse governato il centrosinistra in questi anni probabilmente non avremmo visto niente di diverso, anzi, forse ci sarebbero state scelte ancor più autopunitive in termini fiscali, lavorativi, sanitari, dei trasporti, ecc.
Insomma rimane il fatto che i lombardi, quando fanno politica, restano molto affezionati alle vecchie care consuetudini romane, dove ci si capisce certo più in fretta che non nell’ambito del mercato libero europeo e mondiale, con le dure regole della globalizzazione economica.
EC