CuoreDifficile dire quanto sia stanca e squallida quest’ennesima crisi del centrosinistra. Difficile esprimere con termini pubblicabili su un sito il disgusto che suscita la consueta inondazione di parole prive di senso, vacui appelli, superficialità dilagante. Dirigenti, deputati e alti papaveri ci hanno caricato orecchie e occhi con il solito nulla e sempre con quel tono distaccato dello spettatore esterno. Inutili.
Inutili come le disquisizioni su metodi, regole e leader, quelle con cui ci appestano da 15 anni a questa parte nel più completo vuoto di Politica e di idee. Di “Congresso anticipato”, “comitato di reggenti”, “traghettatore”, “cabine di regia” e altre facezie non gliene frega niente a nessuno fuori da quel luogo sempre più virtuale e anni luce distante dalla realtà che è diventato il partito.

Dunque andiamo oltre, o almeno proviamoci. Martina, Chiamparino, Bresso, Cacciari e chiunque abbia ancora un minimo contatto con questa parte del Paese articoli una coerente piattaforma programmatica per dare vita al PD del Nord. Facciano una scissione, conquistino la Segretaria, riformino lo Statuto, poco importa a questo punto. L’essenziale è portare la Questione Settentrionale al centro. E questo significa affrontare tre nodi esiziali:

1. Qual’è il senso della nostra convivenza nazionale?

La domanda viene generata, tra le molte cose, da un conflitto di redistribuzione (cui a sinistra dovremmo essere ben abituati), innescato dalla piega che la pur necessaria solidarietà nazionale ha assunto negli ultimi decenni. Una solidarietà che vede attualmente la Lombardia come solitario, sostanziale pagatore, seguita molto a distanza da Veneto ed Emilia. Conflitto dunque, non guerra; di distribuzione di risorse scarse, non di civiltà e di stirpi. Si può legittimamente continuare a non vederlo o addirittura a sbeffeggiarlo come incomprensibile ossessione di valligiani ignoranti, ma la conseguenza sarà inevitabilmente di continuare a perdere. Perdere elezioni, territori, contatti con il cambiamento del mondo del lavoro, con la politica.

2. Qual’è la società da cui partiamo per analizzare il Paese, quella che sta alla base della nostra anima?

Dato che il Paese non ne ha una sola, tocca scegliere. E bisogna scegliere il Settentrione se si vuole capire la modernità e i suoi problemi. Si cominci, fermando la deriva degli ultimi quindici anni, passati a negare, spesso per ragioni di opportunità, la fine del conflitto, di ogni conflitto, tranne che quello tribale con Berlusconi. I conflitti esistono, tra territori, categorie, individui. Esistono e si sviluppano indipendentemente da tutto.

3. Chi ha torto e chi ha ragione?

Non in termini oggettivi, ma politici. Nessuno da 15 anni risponde. È questo ecumenismo universalista che ha prodotto l’immobilismo politico del centrosinistra; che gli ha impedito di spostare consenso invece di pacchetti di voti pre-organizzati. Se nessuno ha torto, come si fa a cambiare qualcosa e perché farlo? Ci tocca tornare a studiare il Nord, ovvero la produzione e il lavoro. E poi scegliere chi ha ragione e chi no, chi proteggiamo e chi no. Rifondare la politica sulla raccolta del consenso, per strapparla alla soffocante dimensione della tattica che annulla la strategia, del baratto che sostituisce la visione. Rifondare la politica a partire dai territori che apparentemente ne fanno a meno.

Allora potremo aspettarci che qualche democratico del Nord avrà il coraggio di portare l’intero partito a mobilitarsi dentro e fuori dal Parlamento quando il Governo varerà l’ennesimo decreto di copertura del debito sanitario del Lazio. Forse potremo vedere qualcuno che nel Pd del Nord rivendichi senza inutili pudori l’appoggio a un federalismo fiscale che cancelli per sempre i “costi storici“ come parametro di calcolo dei flussi perequativi. Forse potremo sentir dire senza timori reverenziali che la lunga amministrazione di Napoli da parte del centrosinistra è soffocata da una montagna di rifiuti e lì deve restare e chiudersi. Forse qualcuno dirà che il quarto aeroporto della Calabria, “l’hub di Sibari” voluto da Agazio Loiero grida vendetta perché non solo è un enorme spreco ma è anche una completa idiozia. Forse altri avranno il merito di ribaltare il luogo comune secondo il quale il Nord è terra di evasori, quando invece l’intensità di evasione fiscale in Campania è quattro volte quella della Lombardia. Forse allora, la politica tornerà a ripensare la produzione, il lavoro e i conflitti, e a indirizzarli. E forse allora avremo di nuovo una sinistra.

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14 Responses to “PD e Questione Settentrionale”

  1. 1 Champ

    Sulla parte contenutistica, tutto giusto. A parte il fatto che qual è lo scriverei senza apostrofo :-)

  2. 2 gabriocasati

    Champ,

    se ti dico che e’ colpa di Word e che la mia maestra elementare se lo sapesse si infurierebbe, non ci credi vero?

    Ciao

    GC

  3. 3 Sara

    Mi scusi ma con un governo formato da ben 7 ministri lombardi su un totale di 12, (mai avuta una tale concentrazione prima d’ora su un governo nazionale) , ancora si parla di questione settentrionale?
    Non riesco a capire cosa sia questa questione settentrionale.
    Io vivo a Torino e dalle nostre parti si è ben capito che detta questione è in realtà tutta lombarda, e non di tutto il nord come si vuol far credere.
    Noi a Torino non siamo contenti dei soldi regalati a Roma, come non lo siamo di quelli buttati su Milano per un inutile opera come l’Expo.
    Sa quanti miliardi di Euro dovranno sborsare tutti i contribuenti italiani (dalla Sicilia a Trieste) sulla città di Milano?
    E il tutto in questo periodo di crisi. E non raccontiamo che serve per rimettere in moto l’economia. Vada a chiedere ai cittadini di Siviglia quanti debiti il caro Expo ha lasciato sulle loro spalle senza nessun beneficio a livello economico.
    Se i cittadini milanesi sono sfiduciati, stanchi e in cerca di risposte, si domandino cosa hanno fatto i loro governanti, sindaci ed amministratori. Come questi signori hanno amministrato la cosa pubblica?
    Lo scandalo derivati al Comune di Milano comincia a mietere le prime vittime e si scopre che l’Italia “è tutta un paese”, e che il malcostume non riguarda solo il sud.
    Sinceramente il gioco del Nord bello pulito e ligio al dovere contrapposto al Sud sporco brutto e cattivo è stucchevole e serve solo a spostare l’obiettivo dai veri problemi del paese.

  4. 4 gabriocasati

    Cara Sara,

    una rappresentazione macchiettistica della QS non mi e’ mai appartenuta. La prego di leggere il sito, se ne ha voglia, prima di esprimere giudizi cosi’ troncanti. Se invece, comprensibilmente, avesse meglio da fare, la prego di astenersi da simili affermazioni.
    Una lettura laica dei dati sul residuo fiscale regionale - ovvero la differenza tra tutte le entrate - fiscali e di altra natura – che le Amministrazioni pubbliche prelevano dal territorio e le risorse che vengono spese in quello stesso territorio, ci offre un buon punto di partenza per la QS. Ricordo come nelle Regioni in cui tale dato si riveli positivo, la Pubblica Amministrazione (Stato Centrale e strutture periferiche) sarà in avanzo finanziario (ovvero incassa più risorse di quante non ne spenda). Ebbene, e’ molto interessante notare come, sulla base dei calcoli svolti da Unioncamere, il residuo fiscale sia positivo in poche Regioni e lo sia in maniera significativa in un numero ancora minore.
    In qualsiasi paese, naturalmente, esistono Regioni che versano risorse ai territori più svantaggiati: è normale, anzi è giusto. E allora dove sta l’anomalia italiana? Sta in due fattori: il numero ristrettissimo di “pagatori” e la somma che essi sborsano. Ci sono infatti solo 3 pagatori sostanziali, Veneto, Emilia e Lombardia, cui si aggiunge di molto staccato il Piemonte. Il problema e’ che Venezia, Bologna e Torino messe insieme fanno un po’ meno della Lombardia da sola. Per darle un’idea, il residuo fiscale lombardo e’ di 38 miliardi, quello piemontese di 4.
    Quindi da questo punto di vista, fiscale, forse ha ragione. la QS e’ roba lombarda, ma comunque non certo piemontese.
    Le ricordo infine che questo sito tende a non ospitare sfoghi, ma analisi. La pregherei di volersi adattare in futuro.

    GC

  5. 5 Sara

    Lei chiama “stanca e squallida la crisi del centrosinistra” e mi viene a parlare di analisi?
    Comunque accetto il suo invito, ringraziandola della possibilità di aver potuto esprimere, anche se per poco, le mie opinioni.
    Credo che la libertà di opinione sia una cosa da cui non si può prescindere e la rete è piena di luoghi dove la censura non viene applicata.
    Saluti

  6. 6 fulco ruffo

    Ahimè, comincio a pensare sul serio che il problema sia intrinseco allo strumento (leggi Partito Democratico), e non alle sue modalità di gestione.

    Le malcelate manifestazioni di giubilo di alti esponenti del PD (sardi e non) a valle delle elezioni sarde (malamente perse), e le dimissioni silenziose di Uòlter dimostrano per l’ennesima volta che la formula non tiene.
    In Sardegna la gestione Soru ha iniettato professionalità esterne in una macchina amministrativa sclerotizzata, ne ha migliorato le performance, ed ha attivato dei processi di cambiamento. L’avversario si è presentato alla scadenza elettorale con un messaggio sul candidato tipo “Hey, vi presento il figlio del mio commercialista. Credetemi, è un bravo ragazzo, non farà troppo casino e mi farà governare al posto suo”.

    No comment, però a questo punto, io comincerei a pensare alla liquidazione del PD come seria alternativa, prima di arrivare al fallimento scomposto.

    In una liquidazione, si sceglie un commissario liquidatore, il quale deve saper individuare i fondamentali sani e potenzialmente in utile, rispetto a quelli strutturalmente o potenzialmente in perdita.
    L’attuale crisi generale della finanza potrebbe per assurdo accelerare questo processo, spingendo la sinistra italiana verso le proprie origini socialiste di rappresentanza di quelle componenti del sistema produttivo che una volta si chiamavano operai e contadini.
    Adesso hanno più nomi, ma per la miseria ci sono ancora, sono attualmente privi di rappresentanza, e numericamente rilievanti.
    Le comode elitès salottiere dei festival, la burocrazia improduttiva ed le microcorporazioni (finanza, giornali, magistratura, etc.), sono rami da rimuovere con coraggio, buttando a mare la zavorra degli intrecci dei veti incrociati tra sinistra, centro e area rosso-verde.

    Il Nord Italia ha un tessuto sociale in cui un messaggio del genere sarebbe dirompente, e farebbe presa anche in quella fascia di piccoli imprenditori che nel messaggio di rispetto del Lavoro vedrebbero alla lunga vantaggi maggiori rispetto all’elemosina delle promesse di sgravio fiscale.

    C’era una bellissima strip dei Peanuts con uno Snoopy che dopo l’ennesima delusione prende in mano un libro dicendo “si torna ad Herman Hesse”.
    Beh, la sinistra sta oggi alla vignetta precedente, e mi piacerebbe che, anzichè Herman Hesse, prendesse in mano un badile, una chiave inglese, una scopa o un microfono da call center.

    Provocazione? Può darsi, magari serve anche questa.

    Saluti

    FRdC

  7. 7 Enrico Cernuschi

    Sottoscrivo dalla prima all’ultima le parole di Gabrio Casati.

    Aggiungo soltanto questa: secessione (e in fretta).

    EC

  8. 8 Claudioi

    Sono romano, ho 57 anni, sono nel PD, ho attraversato tutte le vicenda della sinistra democratica , dal PCI in poi. Avendo le carte in regola per rappresentare il vecchio e (forse) il peggio del Pd posso avventurarmi in qualche considerazione….sapendo di rischiare risposte pepate, molto pepate.
    Penso che se il nord, o meglio Milano e la Lombardia, non si sveglia, per la sinistra e per il PD non ci sarà vero cambiamento. Ogni movimento che ha prodotto autentici cambiamenti in Italia, nel bene e nel male, è iniziato da lì.
    Consapevole di ciò penso però che se le cose non si muovono la responsabilità è nei limiti della classe dirigente, delle nuove energie, dei giovani del Nord. Aspettare che le cose partano da Roma è ingenuo o irresponsabile, e anche un po’ patetico. La realtà è che le uniche idee decenti prodotte per la nascita e per la prospettiva del pd sono state quelle sinora cresciute nella classe dirigente dei Veltroni e dei Bettini, nella autentica fucina romana. Però, e questo è quello che rimprovero loro, c’era bisogno di un bagno, un autentica immersione nella realtà del nord e Milanese in particolare, per vivere e comprendere i bisogni, i pensieri, le innovazioni di quella parte del paese così importante, decisiva e stimolante.
    In quanto alla crisi del PD ( ” crisi” in senso positivio, di cambiamento”), in un certo senso, “purtroppo”, non sarei cosi sicuro…la crisi non è certo così definitiva, perchè un certo apparato autoreferenziale ha sette vite e consente al partito di sopravvivere comunque , anche benone….Ma c’è bisogno che la ” crsi” si approfondisca e faccia sorgere le energie per il cabiamento. Gente del nord, democratici, datevi una mossa, in Italia c’è bisogno del partito democratico!!!

  9. 9 gabriocasati

    Caro Claudio,

    grazie della mail. E si’ sono d’accordo anche io. Lagnarsi e aspettare che sia qualcun’altro a risolverti i problemi e’ patetico, in politica e’ ridicolo.

    Sottoscrivo in pieno le sue parole sull’inattivita’ politico-programmatica della sinistra al Nord. Mi permetto di sugguerire anche un’altra chiave di lettura.
    Qui tangentopoli ha veramente sfasciato tutto, ha sradicato qualsiasi organizzazione politica, mettendo il potere, tutto quanto, nelle mani di centri di potere certamente non elettivo.

    A differenza che in altre regioni, il 93 qui ha veramente fatto la rivoluzione, e se la scomparsa della DC impatta certo poco su Milano, quella del PSI no. E meno ancora quella del PCI.

    Il collasso della sinistra italiana corre su due binari paralleli: il primo breve e ad alta intensità di sofferenza, quello socialista; il secondo, quello comunista, talmente lungo da non consentire ancora la fine d’una corsa la cui utilità ormai sfugge.
    Il PSI, sinistra di governo, soffre la perdita di centralità geopolitica dell’Italia post Muro e perde la partita della modernizzazione e della riduzione a ragione dei “poteri forti” iniziata qualche anno prima. Spaesato, gravato dal disastro della finanza pubblica italiana che ha pesantemente contribuito a creare, finisce impallinato – a volto coperto, perché a viso aperto nei salotti non usa – proprio da quei poteri che aveva tentato, forse malamente ma fino all’ultimo, di combattere. Si disintegra con l’arresto in massa dei suoi dirigenti e con la fuga dei suoi elettori, in un cupo rimbalzare di monete a terra. Processi entrambi ben accompagnati dal fuoco delle penne che scarabocchiavano i giornali arruolati alla causa del nuovo corso della democrazia italiana.

    Il PCI, annichilito dalla dissoluzione dei suoi riferimenti, “sconfitto dalla Storia”, entra in quel tunnel – dei tormenti e delle farse – in cui più o meno si trova ancora oggi. Persi i suoi terminali nel lavoro e privo addirittura di legittimità “storica”, cade nel narcisismo e nell’onanismo. Chiuso a riccio su se tesso, a parlar di se stesso, a riorganizzare se stesso, a cercare un nome sempre sbagliato e sempre sostituito per ridefinire se stesso. Entra ed esce da fuggevoli esperienze di governo, frutto di vittorie “tattiche”, capaci di cancellare in poche settimane aspettative accumulate per decenni. Si prostra infine devoto ai piedi dei potenti, cercando una porta di servizio che conduca al Salotto. E appare del tutto afono rispetto ai cambiamenti del lavoro, incredibilmente incapace ad analizzare, intercettare e tradurre in proposta politica bisogni e aspirazioni dei suoi protagonisti.

    Al Nord la sinistra non esiste piu’ non perche’ qui non ci sia bisogno, ma perche’, non potendo contare sul potere istituzionale - dato che si perdono tutte le elezioni dal 1994 - la completa assenza di analisi della realta’ sociale e produttiva attuale si disvela in tutta la sua drammaticita’.
    Quando non hai niente da dire, nessuno ti ascolta.

    E si’ Bettini e Veltroni, D’Alema e Velardi sono certamente gli unici elementi attivi del panorama del PDS-DS-PD degli ultimi 20 anni. Ma, a tacer d’altro, in loro la tattica ha soffocato la politica che diventata solo, lo e’ anche, certo, ma non puo’ esserlo in esclusiva, un giochino di pedine che i spostano, alleanze e tradimenti, immagini e congressi, tutti inevitabilmente sospesi sul nulla: il nulla della nostra analisi e della comprensione dei processi produttivi e delle tensioni - nuove e antichissime - che essi producono.

    Mi sa che tocca proprio tornare a studiare.

    presto, e grazie

    GC

  10. 10 Fulco Ruffo di Calabria

    A leggere (e/o ascoltare) l’intervista di Vendola su Affariitaliani, sembrerebbe che qualcuno stia studiando.
    Mi sembra prematuro dire che siamo davanti all’alba dell’Uomo Nuovo, ma merita almeno il commento del Signor Spock dalla plancia della USS Enterprise.

    Interessante.

    E, aggiungerei, teniamolo d’occhio.

    Saluti a tutti

    FRdC

  11. 11 gabriocasati

    Si’ il ragazzo almeno due direttrici ancora nella testa ce le ha. E in questi anni di saccheggio e di tattica, a sinistra, e’ gia’ qualcosa: qualcuno che sa ancora di cosa stiamo parlando. Detto questo, uno che si fonde con Diliberto…..
    Ma niente personalismi. Il fatto e’ che secondo me, Vendola di Questione Settentrionale non capisce, giustamente, nulla. E senza la QS, non avremo mai piu’ la sinsitra.

    Saluti carissimi

  12. 12 Luca Colombo

    Se almeno una volta nella vita qualcuno facesse i nomi e i cognomi (e magari anche indirizzo e numero di telefono, ma non chiedo tanto) cui corrispondono i cosiddetti “poteri forti”, certe analisi storico-politiche sarebbero più credibili e soprattutto meno vaghe: quando le dietrologie che spiegano troppo alla fine non spiegano nulla. Esiste di certo una dialettica, talvolta un conflitto, sempre un’interazione dinamica tra elite finanziarie internazionali, mass media, partiti politici e governi nazionali, e in questa grande partita a scacchi mettiamoci pure le varie massonerie, le mafie, i servizi segreti di questa e di quella potenza: un quadro piuttosto complesso in cui è difficile distinguere poteri “forti” e “deboli” e in cui, comunque, diventa un po’ semplicistico dipingere un attore (nel caso specifico, il PSI) come contraltare dei “poteri forti”. Tattica e strategia, alleanze variabili e opportunismi vari: il contesto e il modo in cui si è consumata la fine della Prima Repubblica sono sommamente contraddittori e io credo che o si fanno affermazioni molto circostanziate in merito o il rischio è di annebbiare ancor più la scena del delitto.

    Detto questo, credo la sua analisi sia condivisibile nelle sue linee più generali, nel senso che una QS esiste senz’ombra di dubbio e senz’ombra di dubbio essa gioca un ruolo fondamentale nella crisi della sinistra. Butto lì qualche “però”.
    Primo, la sua prospettiva è, in ultima analisi “nord contro sud” (mi scusi la brutale semplificazione, del resto credo anch’io che si tratti di una linea di divisione oggettiva), e in quest’ottica la salvezza della sinistra diventa del tutto secondaria, se non nei termini in cui una sinistra più attrezzata tecnicamente e culturalmente meno becera della Lega potrebbe svolgere meglio il lavoro di riportare a casa un po’ di risorse economiche.
    Secondo: se la QS è addirittura una QL, quanto sopra è ancora più valido: la Lombardia non ha che da attuare una secessione di fatto e andarsene con la Baviera, poco conta se grazie alla Lega o al Pd.
    Terzo: chi, sul terreno del federalismo e del feeling col mondo produttivo, porta via consenso alla sinistra non è un partito marziano, ma lo stesso centrodestra che si aggiudica tutta la Sicilia e che ripiana i debiti di Roma e Catania. Ciò mi suggerisce che la QS sia solo una parte del problema e che non sia sufficiente a spiegare in toto la crisi della sinistra.

  13. 13 Fulco Ruffo di Calabria

    OK, apriamo il dibattito.

    Sono d’accordo che QS e QL non bastino a spiegare in toto la crisi della sinistra, però mi sento di sottolineare come la partenza di due dei principali movimenti politici che dominano la scena attuale (Lega e PdL) sia marcata fortemente S e L.

    Viceversa, il melò che porta all’attuale PD parte dal centro del paese con sfondamenti che a malapena arrivano al Po piacentino.

    Negli ultimi 15 anni non si sono confrontati due partiti, ma due laboratori politici con una differente connotazione geografica di base e cultura.
    Uno sta vincendo, ed uno sta perdendo.
    Quello che non capisco è perchè il laboratorio politico del centro-sinistra abbia così facilmente rinunciato a S e L (con pochissime eccezioni tipo Penati), fatta eccezione per il riuscito tentativo di concupire determinate elitès e corporazioni, che faranno un sacco di rumore sui feullieton del Principe Silvio e della sua Consorte, ma che non sono in grado di portare nè voti nè idee.
    Intanto, Lega e PdL hanno espugnato alcune roccaforti storiche (tipo il Comune di Roma, tanto per citarne una), scendendo in campo con personalità che a) si sono avvicinate all’elettorato, b) lo hanno capito nei bisogni e nelle paure, c) hanno sbaragliato gli avversari.

    La risposta della sinistra è oggi nelle prese di posizione delle elitès sul popolo italiano, che oltre a renderla ancora più ridicola, ne esaltano gli aspetti più deteriori in un cupio dissolvi di autoreferenzialità.
    Certo che adesso oltre alla QS ed alla QL, presenti nel centro sinistra a partire dal Post-Tangentopoli, esistono una QC ed una QM, ma sono invasioni figlie della debacle generale e del fallimento del laboratorio.
    Infine, per quanto mi riguarda come elettore lombardo e pavese, mi lasci piangere sul manifesto del candidato al Comune Cittadino che presenta un mio gà compagno di liceo, ex sindaco bruciato malamente (leggasi trombato), alle precedenti elezioni politiche, con lo slogan “Lo conosco, mi fido”.

    Saluti umidi

    FRdC

  14. 14 Luca Colombo

    D’accordo, la decandenza della sinistra ha molti aspetti come quelli indicati.
    Nessuna delle mie obiezioni, però, ha trovato una risposta convincente. In generale, sarebbe importante capire se il problema di cui stiamo discutendo (e ciò che davvero ci interessa) sia il futuro della sinistra, il futuro del Paese, il futuro del Nord. Tutto legato, per carità: ma non si tratta della stessa cosa.
    Da un’altra angolazione: le sconfitte elettorali della sinistra sono una sconfitta per il Nord, o bisogna restaurare il feeling con il Nord (e le sue paure, ça va sans dire in quest’epoca buia in cui la paura è un ingrediente base del marketing politico) per dare qualche speranza elettorale alla sinistra?
    E infine: come la mettiamo col consenso che il Pdl ha nel Sud?

    P.S. Segnalo che: a) avvicinarsi all’elettorato, b) capirlo nei bisogni e nelle paure, c) sbaragliare gli avversari, sono più o meno tutti sinonimi e non spiegano nulla, se non tautologicamente (si presuppone che chi sbaraglia gli avversari abbia capito meglio gli elettori, ma come?). Ancora una volta: ci interessano i programmi politici e la capacità di attuarli, o l’immagine offerta all’opinione pubblica?

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